sfavolare: voler stare dalla parte di chi è facile vittima e voler sconvolgere lo status quo: un bellissimo lupo grigio, catturato con un'astuzia da una brutta vecchiarda e da sua nipote, avrebbe fatto davvero una brutta fine se non fosse accorso in suo aiuto un ex cacciatore pentito, ormai ecologista, naturalista, animalista.
sabato 22 settembre 2012
mercoledì 1 agosto 2012
Metallica - Until it sleeps
Where do I take this pain of mine
I run but it stays right by my side
So tear me open and pour me out
There's things inside that scream and shout
And the pain still hates me
So hold me until it sleeps
Just like the curse, just like the stray
You feed it once and now it stays
Now it stays
So tear me open but beware
There's things inside without a care
And the dirt still stains me
So wash me until I'm clean
It grips you so hold me
It stains you so hold me
It hates you so hold me
It holds you so hold me
Until it sleeps
So tell me why you've chosen me
Don't want your grip, don't want your greed
Don't want it
I'll tear me open make you gone
No more can you hurt anyone
And the fear still shakes me
So hold me, until it sleeps
It grips you so hold me
It stains you so hold me
It hates you so hold me
It holds you, holds you, holds you
until it sleeps
I don't want it, I don't want it, want it, want it, want it, want it, noo..
So tear me open but beware
There's things inside without a care
And the dirt still stains me
So wash me 'till I'm clean
I'll tear me open make you gone
No longer will you hurt anyone
And the hate still shames me
So hold me
until it sleep
I run but it stays right by my side
So tear me open and pour me out
There's things inside that scream and shout
And the pain still hates me
So hold me until it sleeps
Just like the curse, just like the stray
You feed it once and now it stays
Now it stays
So tear me open but beware
There's things inside without a care
And the dirt still stains me
So wash me until I'm clean
It grips you so hold me
It stains you so hold me
It hates you so hold me
It holds you so hold me
Until it sleeps
So tell me why you've chosen me
Don't want your grip, don't want your greed
Don't want it
I'll tear me open make you gone
No more can you hurt anyone
And the fear still shakes me
So hold me, until it sleeps
It grips you so hold me
It stains you so hold me
It hates you so hold me
It holds you, holds you, holds you
until it sleeps
I don't want it, I don't want it, want it, want it, want it, want it, noo..
So tear me open but beware
There's things inside without a care
And the dirt still stains me
So wash me 'till I'm clean
I'll tear me open make you gone
No longer will you hurt anyone
And the hate still shames me
So hold me
until it sleep
mercoledì 4 luglio 2012
Affittasi Acropoli di Soti Triantafillo su LEFT
http://www.left.it/2012/06/29/affittasi-acropoli/4781/
Affittasi Acropoli
di Soti Triantafillou
Viaggio nella
Grecia dei teatri antichi e dei siti svenduti a poco prezzo. Come
location per spot. La crisi picchia duro. Ridotti al minimo
i finanziamenti per il ministero della Cultura. E non ci sono soldi per
la tutela. Tanto meno per la valorizzazione. L’associazione nazionale
degli archeologi greci lancia un grido di allarme
La crisi in Grecia ha cause diverse che nel resto dell’Europa. Qui c’è uno stato social-burocratico gigantesco affetto da clientelismo e favoritismi, i retaggi storici della dominazione ottomana. La crisi è sì economica, debitoria, creditizia, ma soprattutto è crisi istituzionale, strutturale e di valori. Malgrado ciò, contrariamente a quanto si dice in Europa, la cultura greca è viva. E la vita continua e trionfa: ad Atene ci sono più di cento teatri, i cinema all’aperto sono pieni e d’estate i musei restano aperti tutta la notte… Fuori dal centro di Atene, ridotto a grande ghetto degradato, la crisi è ancora un fantasma. Siamo un Paese che si fa prendere dai ritmi dell’estate: quando cominciano le gite al mare dimentichiamo tutti i nostri guai. Chi pensa che la Grecia appaia devastata dalla crisi, rimarrebbe stupefatto dalle nostre notti, le ore piccole e tanto caffè freddo shakerato. Ma le misure di austerità, in realtà, hanno ripercussioni serie sulla tutela e la valorizzazione dei siti archeologici, che sono parte integrante della nostra identità nazionale e del nostro patrimonio oltre che fonte di ricchezza per la Grecia.
Però, in periodi di crisi e di declino, avvengono sempre “cose pazze”: a febbraio sono stati rubati reperti dal museo di Olimpia; archeologi esperti sono stati costretti al pensionamento; l’orario di apertura di siti e musei greci è stato ridotto per i tagli alla spesa pubblica. E intanto, i depositi e i sotterranei dei musei sono pieni di reperti in attesa di essere valutati ed esposti. La sola costruzione della metropolitana di Atene e i lavori per quella di Salonicco hanno portato alla luce una pletora di nuovi reperti; senza contare gli scavi che nonostante i ritardi, non si sono mai arrestati.
L’esempio più “spettacolare” degli ultimi anni (per totale mancanza di politica locale) è il museo archeologico di Atene, che per sua sfortuna si trova in una zona di traffico di droga, prostituzione e criminalità. Per arrivare indenni al museo bisogna evitare spacciatori e tossici. Questa grave situazione, dovuta a molteplici fattori, richiederebbe nuove politiche di ripristino della legalità e dell’ordine. Il sindaco di Atene appare sempre più stanco nelle foto sui giornali, invecchiato di dieci anni nell’affrontare in assoluta solitudine problemi insolubili. Per reperire fondi per la manutenzione dei siti archeologici da qualche settimana è stato deciso che troupe straniere, società pubblicitarie e altre aziende possano fotografare persino i capolavori dell’epoca di Pericle risalenti al V secolo a.C., come il Partenone. Nella speranza che aiuti a rimpinguare le casse pubbliche e dia immagine al nostro Paese all’estero. Tesori archeologici come il sito di Delfi, il secondo nelle mete turistiche dopo l’Acropoli, diventerà una location foto-cinematografica in cambio di compensi ridicoli che non superano i 1.600 euro al giorno. È facile capire che ci siamo impoveriti terribilmente e che sconti e svendite sono cominciati. Forse in questa fase è necessario. Ma almeno ci dovrebbero essere dei controlli. Ma si sa noi Greci… siamo asini quanto a “controllo”…
La verità è che i nostri capolavori classici non sono stati valorizzati abbastanza. A causa della burocrazia, della grettezza, della sterile sacralità attribuita all’antica cultura greca. Ci sono state delle eccezioni, è vero, ma di cattivo gusto estetico, senza rispetto per i siti: quando ero piccola, nell’antico teatro di Erode Attico si organizzavano concorsi di bellezza, bombe sexy ossigenate sfilavano in bikini nell’atmosfera mistica del II secolo d.C. Prima della recente decisione del ministero della Cultura, il Consiglio archeologico centrale, uno dei più potenti organi dello Stato, aveva sempre negato l’accesso ai siti archeologici per scopi che non fossero la ricerca scientifica. Non erano ammesse riprese, se non in casi eccezionali e a cifre astronomiche. Nonostante il supposto “demone greco”, l’imprenditorialità non è mai stata incoraggiata: siamo un Paese abituato al sostentamento statale e lo “Stato” oggi non valorizza lo splendido passato che aleggia tra noi. Nei suoi 2.500 anni di storia, l’Acropoli è stata concessa come location solo due volte: una per Francis Ford Coppola e una per Nia Vardalos (la regista del film Il mio grosso grasso matrimonio greco), che ci ha girato Le mie grosse grasse vacanze greche. Nel 2009 Vardalos disse che aveva speso «moltissima energia e tempo» per convincere le autorità che le riprese sarebbero state un beneficio per il Paese. Anche se a mio avviso, poi, non hanno giovato molto visto che entrambi i film di Vandalos sono per idioti. Ma se cambiasse la nostra mentalità, forse sullo sfondo dei siti archeologici greci si girerebbero film migliori.
Il ministero della Cultura sopravvive con solo lo 0.7 per cento del bilancio nazionale. Se a questa percentuale scandalosa si aggiungono le spese per cattiva gestione, ci troviamo in impasse e allo stesso tempo davanti a un miracolo. Nonostante difficoltà insormontabili, la vita culturale, come si diceva, non manca. I problemi però si accumulano: la mancanza di fondi per esempio, ha portato a rimandare continuamente la costruzione di un nuovo accesso al sito di Delfi (che infine è iniziata qualche giorno fa). Si suppone che le entrate frutto dei permessi di accesso ai siti saranno usate dal ministero che dal 2010 si è visto ridurre i finanziamenti del 32 per cento.
È passato molto tempo dalla discussione pubblica per il rientro in patria delle sculture del Partenone: oggi manca il personale, molti musei sono chiusi e molti archeologi sono degradati a burocrati o sono disoccupati. L’Associazione degli archeologi cerca di reagire con il motto «I monumenti non hanno voce. Tu sì» denunciando la sottovalutazione della loro professionalità, dacché sono costretti a occuparsi quasi solo di aspetti burocratici e di sopralluoghi nei cantieri dove potrebbero esserci reperti. Negli ultimi decenni peraltro il settore edile è precipitato e gli archeologi si dedicano sempre più a scavi di salvataggio ma senza avere tempo e modo per rendere pubblici i ritrovamenti.
A questo punto bisogna almeno dare la giusta collocazione agli archeologi in servizio e dare loro la possibilità di fare il proprio lavoro. Il problema non è certo la “pigrizia”: in Grecia si scava in modo affannoso, si trovano e si accumulano oggetti. La quantità è tale che, come dicono alcuni archeologi disperati, si cade nella tentazione di sotterrarli di nuovo. Ovunque si apra una fossa, si trovano reperti: ci sono 19mila siti archeologici e monumenti, 210 musei archeologici. Che necessitano di manutenzione e di ammodernamento. A Citera, dopo che l’archeologo locale Aris Tsaravopoulos è andato in pensione nessun altro della Sovrintendenza è mai andato sull’isola, e il signor Tsaravopoulos non ha potuto procedere al pieno salvataggio dei reperti quando una tempesta ha portato alla luce una moltitudine di vasi minoici del II millennio a.C. Una parte è stata trascinata in mare dalla pioggia e al prossimo temporale non rimarrà più niente. Così o ci si strugge per l’assenza di interventi statali o si è risucchiati dal sistema perdendo ogni spirito di iniziativa e creatività. Urge una nuova cultura, anche fra gli esperti e i cittadini: la Grecia è impensabile senza la sua storia, senza quei marmi che non arrugginiscono. Per salvarci dalla catastrofe dobbiamo salvarci dall’abbandono e dall’oblio.
(Traduzione dal greco di Giuseppina Dilillo)
left 26 - 30 giugno 2012
La crisi in Grecia ha cause diverse che nel resto dell’Europa. Qui c’è uno stato social-burocratico gigantesco affetto da clientelismo e favoritismi, i retaggi storici della dominazione ottomana. La crisi è sì economica, debitoria, creditizia, ma soprattutto è crisi istituzionale, strutturale e di valori. Malgrado ciò, contrariamente a quanto si dice in Europa, la cultura greca è viva. E la vita continua e trionfa: ad Atene ci sono più di cento teatri, i cinema all’aperto sono pieni e d’estate i musei restano aperti tutta la notte… Fuori dal centro di Atene, ridotto a grande ghetto degradato, la crisi è ancora un fantasma. Siamo un Paese che si fa prendere dai ritmi dell’estate: quando cominciano le gite al mare dimentichiamo tutti i nostri guai. Chi pensa che la Grecia appaia devastata dalla crisi, rimarrebbe stupefatto dalle nostre notti, le ore piccole e tanto caffè freddo shakerato. Ma le misure di austerità, in realtà, hanno ripercussioni serie sulla tutela e la valorizzazione dei siti archeologici, che sono parte integrante della nostra identità nazionale e del nostro patrimonio oltre che fonte di ricchezza per la Grecia.
Però, in periodi di crisi e di declino, avvengono sempre “cose pazze”: a febbraio sono stati rubati reperti dal museo di Olimpia; archeologi esperti sono stati costretti al pensionamento; l’orario di apertura di siti e musei greci è stato ridotto per i tagli alla spesa pubblica. E intanto, i depositi e i sotterranei dei musei sono pieni di reperti in attesa di essere valutati ed esposti. La sola costruzione della metropolitana di Atene e i lavori per quella di Salonicco hanno portato alla luce una pletora di nuovi reperti; senza contare gli scavi che nonostante i ritardi, non si sono mai arrestati.
L’esempio più “spettacolare” degli ultimi anni (per totale mancanza di politica locale) è il museo archeologico di Atene, che per sua sfortuna si trova in una zona di traffico di droga, prostituzione e criminalità. Per arrivare indenni al museo bisogna evitare spacciatori e tossici. Questa grave situazione, dovuta a molteplici fattori, richiederebbe nuove politiche di ripristino della legalità e dell’ordine. Il sindaco di Atene appare sempre più stanco nelle foto sui giornali, invecchiato di dieci anni nell’affrontare in assoluta solitudine problemi insolubili. Per reperire fondi per la manutenzione dei siti archeologici da qualche settimana è stato deciso che troupe straniere, società pubblicitarie e altre aziende possano fotografare persino i capolavori dell’epoca di Pericle risalenti al V secolo a.C., come il Partenone. Nella speranza che aiuti a rimpinguare le casse pubbliche e dia immagine al nostro Paese all’estero. Tesori archeologici come il sito di Delfi, il secondo nelle mete turistiche dopo l’Acropoli, diventerà una location foto-cinematografica in cambio di compensi ridicoli che non superano i 1.600 euro al giorno. È facile capire che ci siamo impoveriti terribilmente e che sconti e svendite sono cominciati. Forse in questa fase è necessario. Ma almeno ci dovrebbero essere dei controlli. Ma si sa noi Greci… siamo asini quanto a “controllo”…
La verità è che i nostri capolavori classici non sono stati valorizzati abbastanza. A causa della burocrazia, della grettezza, della sterile sacralità attribuita all’antica cultura greca. Ci sono state delle eccezioni, è vero, ma di cattivo gusto estetico, senza rispetto per i siti: quando ero piccola, nell’antico teatro di Erode Attico si organizzavano concorsi di bellezza, bombe sexy ossigenate sfilavano in bikini nell’atmosfera mistica del II secolo d.C. Prima della recente decisione del ministero della Cultura, il Consiglio archeologico centrale, uno dei più potenti organi dello Stato, aveva sempre negato l’accesso ai siti archeologici per scopi che non fossero la ricerca scientifica. Non erano ammesse riprese, se non in casi eccezionali e a cifre astronomiche. Nonostante il supposto “demone greco”, l’imprenditorialità non è mai stata incoraggiata: siamo un Paese abituato al sostentamento statale e lo “Stato” oggi non valorizza lo splendido passato che aleggia tra noi. Nei suoi 2.500 anni di storia, l’Acropoli è stata concessa come location solo due volte: una per Francis Ford Coppola e una per Nia Vardalos (la regista del film Il mio grosso grasso matrimonio greco), che ci ha girato Le mie grosse grasse vacanze greche. Nel 2009 Vardalos disse che aveva speso «moltissima energia e tempo» per convincere le autorità che le riprese sarebbero state un beneficio per il Paese. Anche se a mio avviso, poi, non hanno giovato molto visto che entrambi i film di Vandalos sono per idioti. Ma se cambiasse la nostra mentalità, forse sullo sfondo dei siti archeologici greci si girerebbero film migliori.
Il ministero della Cultura sopravvive con solo lo 0.7 per cento del bilancio nazionale. Se a questa percentuale scandalosa si aggiungono le spese per cattiva gestione, ci troviamo in impasse e allo stesso tempo davanti a un miracolo. Nonostante difficoltà insormontabili, la vita culturale, come si diceva, non manca. I problemi però si accumulano: la mancanza di fondi per esempio, ha portato a rimandare continuamente la costruzione di un nuovo accesso al sito di Delfi (che infine è iniziata qualche giorno fa). Si suppone che le entrate frutto dei permessi di accesso ai siti saranno usate dal ministero che dal 2010 si è visto ridurre i finanziamenti del 32 per cento.
È passato molto tempo dalla discussione pubblica per il rientro in patria delle sculture del Partenone: oggi manca il personale, molti musei sono chiusi e molti archeologi sono degradati a burocrati o sono disoccupati. L’Associazione degli archeologi cerca di reagire con il motto «I monumenti non hanno voce. Tu sì» denunciando la sottovalutazione della loro professionalità, dacché sono costretti a occuparsi quasi solo di aspetti burocratici e di sopralluoghi nei cantieri dove potrebbero esserci reperti. Negli ultimi decenni peraltro il settore edile è precipitato e gli archeologi si dedicano sempre più a scavi di salvataggio ma senza avere tempo e modo per rendere pubblici i ritrovamenti.
A questo punto bisogna almeno dare la giusta collocazione agli archeologi in servizio e dare loro la possibilità di fare il proprio lavoro. Il problema non è certo la “pigrizia”: in Grecia si scava in modo affannoso, si trovano e si accumulano oggetti. La quantità è tale che, come dicono alcuni archeologi disperati, si cade nella tentazione di sotterrarli di nuovo. Ovunque si apra una fossa, si trovano reperti: ci sono 19mila siti archeologici e monumenti, 210 musei archeologici. Che necessitano di manutenzione e di ammodernamento. A Citera, dopo che l’archeologo locale Aris Tsaravopoulos è andato in pensione nessun altro della Sovrintendenza è mai andato sull’isola, e il signor Tsaravopoulos non ha potuto procedere al pieno salvataggio dei reperti quando una tempesta ha portato alla luce una moltitudine di vasi minoici del II millennio a.C. Una parte è stata trascinata in mare dalla pioggia e al prossimo temporale non rimarrà più niente. Così o ci si strugge per l’assenza di interventi statali o si è risucchiati dal sistema perdendo ogni spirito di iniziativa e creatività. Urge una nuova cultura, anche fra gli esperti e i cittadini: la Grecia è impensabile senza la sua storia, senza quei marmi che non arrugginiscono. Per salvarci dalla catastrofe dobbiamo salvarci dall’abbandono e dall’oblio.
(Traduzione dal greco di Giuseppina Dilillo)
Scatole cinesi di Soti Triantafillou su "sul romanzo punto it"
http://www.sulromanzo.it/blog/scatole-cinesi-quattro-stagioni-per-il-detective-malone-di-soti-triantafillou
Scatole cinesi. Quattro stagioni per il detective Malone” di Soti Triantafillou
Autore: Rossella MartielliMer, 27/06/2012 - 08:14
tore greco Soti Triantafillou, sinceramente non sapevo cosa aspettarmi. La trama fa giustamente pensare a una sorta di giallo, ma qualcosa mi suggeriva che si trattava di un thriller piuttosto anomalo, o meglio, di uno di quei romanzi la cui complessità non può esaurirsi in una breve e asettica definizione di genere. Tanto per cominciare, mi ha mandata in confusione una specie di “promiscuità geografica”, presumo voluta e ricercata: a scrivere è un greco, mentre il personaggio principale è un americano d.o.c., cresciuto nei bassifondi della New York degli anni Settanta, e tuttavia sin dalle prime pagine è evidente come l’intero romanzo, a partire dal titolo, sia impregnato di cultura cinese. Questo curioso minestrone razziale ben rispecchia la realtà multietnica della New York che si apprestava a lasciarsi alle spalle i burrascosi anni Ottanta per entrare nei Novanta, gli anni del governo di Giuliani, l’uomo che nel bene e nel male avrebbe dato un nuovo volto alla città.
Ci sarebbe riuscito mediante una “operazione di pulizia” rigorosa, misure sociali caratterizzate dalla tolleranza zero e un autoritarismo ai limiti del consentito: erano queste le caratteristiche principali di una politica che avrebbe fatto piazza pulita di gran parte della delinquenza che nel 1989 – anno in cui è ambientato il romanzo – rendeva New York una delle città più pericolose dell’intero globo, crocevia della criminalità mondiale, dove la polizia assisteva impotente a un numero di omicidi così scandalosamente alto da poter tranquillamente essere definito una strage senza esclusione di colpi, che non risparmiava nessuno.
Bianchi, neri, gialli ed ebrei venivano colpiti alla stessa maniera, e ogni minoranza – etnica o religiosa che fosse – vedeva ai vertici organizzazioni estremiste che si scontravano continuamente tra loro, seminando panico e violenza. Apprendiamo tutto questo grazie a un illuminante prologo che adempie perfettamente alle sue funzioni esplicative, proiettando il lettore in un tempo e un luogo ben determinati – la New York del 1989, appunto, che vedeva il primo sindaco nero della sua storia, David Dinkins.
Proseguendo la lettura, ci si rende conto che in realtà l’elemento “giallo” – una catena di delitti eterogenei e apparentemente scollegati tra loro, fatta eccezione per l’identico tatuaggio trovato sui corpi delle vittime – è solo un “pretesto” per consegnare al lettore il ritratto fedele di una società multietnica, complessa, degradata eppure affascinante, in cui l’umanità è presente in tutte le sue declinazioni potenzialmente infinite, sfumature che riecheggiano nella galleria di personaggi che popolano questo romanzo, una delle opere più autenticamente letterarie che abbia letto negli ultimi tempi (cosa non facile, in un periodo che ormai dura da diversi anni in cui la fiction si è impossessata anche della letteratura).
Pigro e indolente, cinico e amareggiato, il detective Malone affronta la città nella stessa maniera in cui affronta la gente con cui viene a contatto: senza farsi illusioni di sorta, senza aspettarsi nulla né chiedere nulla alla vita, se non di continuare a sopravvivere così, sospeso in un tempo che non passa mai – colpa anche dell’incurabile, emblematica insonnia che lo affligge da quando la sua compagna se n’è andata di casa per sposare un altro – e in una giungla umana dove l’incrocio tra culture diverse, anziché arricchire l’uomo, si rivela una bomba a orologeria costantemente sul punto di esplodere, come sempre accade quando regna la miseria spirituale ed economica.
Il “sogno americano” – incarnato soprattutto da Deni, la segretaria di Malone, trasferitasi in città dalla provincia per cercare fortuna e una vita diversa da quella cui era destinata – non potrebbe essere più lontano di così: da New York al profondo Midwest, gli Stati Uniti cercano faticosamente di costruirsi un’identità nonostante l’intolleranza e il razzismo imperante, e nonostante quelle che possono essere definite le epidemie del Novecento, ossia le droghe pesanti, l’eroina soprattutto, e l’AIDS, il male del secolo. Emblematico, infine, il ruolo della cultura cinese, oscura e pervasiva come nella migliore tradizione letteraria. New York, come altre metropoli mondiali, ha in sé un pezzo di Cina che Malone conosce molto bene, dal momento che il suo ufficio si trova nel cuore di Chinatown.
Fanatico di medicina e oroscopo cinese, di feng shui (disciplina orientale che si propone di orientare favorevolmente l’energia degli ambienti mediante la disposizione degli arredi) e biscotti della fortuna, questo anomalo detective sa bene che, a differenza delle altre culture, quella cinese è particolarmente ostinata e resistente, difficilmente permeabile dall’esterno; in un mondo senza logica né razionalità, dove la violenza è l’unica regola senza eccezioni (tale è lo scenario apocalittico descrittoci da Triantafillou) appartenere a qualcosa, sentirsi parte di qualcosa in cui ancora si riesce a credere, sembra essere l’unica soluzione per non impazzire del tutto.
Per illudersi che, nonostante tutto, qualcosa conti davvero.
Scatole cinesi. Quattro stagioni per il detective Malone” di Soti Triantafillou
Autore: Rossella MartielliMer, 27/06/2012 - 08:14
Scatole cinesiQuando ho preso in mano per la prima volta Scatole cinesi. Quattro stagioni per il detective Malone, dell’au

tore greco Soti Triantafillou, sinceramente non sapevo cosa aspettarmi. La trama fa giustamente pensare a una sorta di giallo, ma qualcosa mi suggeriva che si trattava di un thriller piuttosto anomalo, o meglio, di uno di quei romanzi la cui complessità non può esaurirsi in una breve e asettica definizione di genere. Tanto per cominciare, mi ha mandata in confusione una specie di “promiscuità geografica”, presumo voluta e ricercata: a scrivere è un greco, mentre il personaggio principale è un americano d.o.c., cresciuto nei bassifondi della New York degli anni Settanta, e tuttavia sin dalle prime pagine è evidente come l’intero romanzo, a partire dal titolo, sia impregnato di cultura cinese. Questo curioso minestrone razziale ben rispecchia la realtà multietnica della New York che si apprestava a lasciarsi alle spalle i burrascosi anni Ottanta per entrare nei Novanta, gli anni del governo di Giuliani, l’uomo che nel bene e nel male avrebbe dato un nuovo volto alla città.
Ci sarebbe riuscito mediante una “operazione di pulizia” rigorosa, misure sociali caratterizzate dalla tolleranza zero e un autoritarismo ai limiti del consentito: erano queste le caratteristiche principali di una politica che avrebbe fatto piazza pulita di gran parte della delinquenza che nel 1989 – anno in cui è ambientato il romanzo – rendeva New York una delle città più pericolose dell’intero globo, crocevia della criminalità mondiale, dove la polizia assisteva impotente a un numero di omicidi così scandalosamente alto da poter tranquillamente essere definito una strage senza esclusione di colpi, che non risparmiava nessuno.
Bianchi, neri, gialli ed ebrei venivano colpiti alla stessa maniera, e ogni minoranza – etnica o religiosa che fosse – vedeva ai vertici organizzazioni estremiste che si scontravano continuamente tra loro, seminando panico e violenza. Apprendiamo tutto questo grazie a un illuminante prologo che adempie perfettamente alle sue funzioni esplicative, proiettando il lettore in un tempo e un luogo ben determinati – la New York del 1989, appunto, che vedeva il primo sindaco nero della sua storia, David Dinkins.
Proseguendo la lettura, ci si rende conto che in realtà l’elemento “giallo” – una catena di delitti eterogenei e apparentemente scollegati tra loro, fatta eccezione per l’identico tatuaggio trovato sui corpi delle vittime – è solo un “pretesto” per consegnare al lettore il ritratto fedele di una società multietnica, complessa, degradata eppure affascinante, in cui l’umanità è presente in tutte le sue declinazioni potenzialmente infinite, sfumature che riecheggiano nella galleria di personaggi che popolano questo romanzo, una delle opere più autenticamente letterarie che abbia letto negli ultimi tempi (cosa non facile, in un periodo che ormai dura da diversi anni in cui la fiction si è impossessata anche della letteratura).
Pigro e indolente, cinico e amareggiato, il detective Malone affronta la città nella stessa maniera in cui affronta la gente con cui viene a contatto: senza farsi illusioni di sorta, senza aspettarsi nulla né chiedere nulla alla vita, se non di continuare a sopravvivere così, sospeso in un tempo che non passa mai – colpa anche dell’incurabile, emblematica insonnia che lo affligge da quando la sua compagna se n’è andata di casa per sposare un altro – e in una giungla umana dove l’incrocio tra culture diverse, anziché arricchire l’uomo, si rivela una bomba a orologeria costantemente sul punto di esplodere, come sempre accade quando regna la miseria spirituale ed economica.
Il “sogno americano” – incarnato soprattutto da Deni, la segretaria di Malone, trasferitasi in città dalla provincia per cercare fortuna e una vita diversa da quella cui era destinata – non potrebbe essere più lontano di così: da New York al profondo Midwest, gli Stati Uniti cercano faticosamente di costruirsi un’identità nonostante l’intolleranza e il razzismo imperante, e nonostante quelle che possono essere definite le epidemie del Novecento, ossia le droghe pesanti, l’eroina soprattutto, e l’AIDS, il male del secolo. Emblematico, infine, il ruolo della cultura cinese, oscura e pervasiva come nella migliore tradizione letteraria. New York, come altre metropoli mondiali, ha in sé un pezzo di Cina che Malone conosce molto bene, dal momento che il suo ufficio si trova nel cuore di Chinatown.
Fanatico di medicina e oroscopo cinese, di feng shui (disciplina orientale che si propone di orientare favorevolmente l’energia degli ambienti mediante la disposizione degli arredi) e biscotti della fortuna, questo anomalo detective sa bene che, a differenza delle altre culture, quella cinese è particolarmente ostinata e resistente, difficilmente permeabile dall’esterno; in un mondo senza logica né razionalità, dove la violenza è l’unica regola senza eccezioni (tale è lo scenario apocalittico descrittoci da Triantafillou) appartenere a qualcosa, sentirsi parte di qualcosa in cui ancora si riesce a credere, sembra essere l’unica soluzione per non impazzire del tutto.
Per illudersi che, nonostante tutto, qualcosa conti davvero.
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